A tribute to Roberto in Spineto – Jan. 19 – 2017
Amici,
Ci incontriamo qui oggi per salutare Roberto, per ricordarlo, per rendere omaggio alla vita di Roberto, e per esprimere il nostro affetto e l’ammirazione per lui.
A nome di Cristina e Giulia voglio ringraziare tutti voi per essere venuti qui oggi. So che alcuni di voi hanno dovuto affrontare un lungo viaggio, spostare impegni importanti all’ultimo minuto, per essere oggi qui vicino a Roberto. Sono sicuro che gli avrebbe fatto immenso piacere vedere quanta gente gli è vicina oggi.
Devo dire che questa casa, con questa cornice di montagne, questo prato, rappresentano sicuramente la cornice ideale per salutare Roberto. Per me, come per tanti di voi credo, venire qua parecchi anni fa è stata l’occasione per conoscere un Roberto in dimensione famigliare. Devo dire che anche adesso mi aspetto di vederlo arrivare da un momento all’altro da là dietro con le caldarroste fumanti, come era tradizione fare in autunno. O, non vedendolo, penso si sia appartato in qualche angolo a discutere di ricerca con Patrizio o Franco.
Arriviamo qui oggi da luoghi diversi, con storie diverse, ma c’è una cosa che oggi ci accomuna: ad un certo punto, in una certa misura, le nostre vite hanno incrociato quella di Roberto. E quell’incontro ha lasciato un impatto su di noi.
Per me, Roberto è stato un maestro, un collega, e soprattutto un carissimo amico. Abbiamo condiviso la quotidianità lavorativa per anni. Mi rendo conto in questi giorni che erano quasi venticinque anni fa quando incontravo Roberto per la prima volta. E devo a Roberto tutto ciò che sono diventato lavorativamente, e non solo. Se venticinque anni fa non avessi chiesto, quasi per caso e consigliato a un amico, una tesi su robustezza parametrica a quel professore serio e gentile non sarei quello che sono oggi.
Ed è stato lavorare con lui che mi ha fatto capire quanto bello e affascinante potesse essere la ricerca. In tutti questi anni, Roberto è sempre stato al mio fianco. Prima come mentore, poi come collega, sempre come amico.
Ieri, mentre ero seduto nel mio ufficio e stavo pensando a come meglio organizzare questa cerimonia, mi è venuto naturale fare quello che sovente faccio in questi casi, quando ho un dubbio: mi sono alzato e ho fatto per andare verso la porta del suo ufficio, pensando: ?chiediamo a Roberto?. E mi sono reso conto di quanto in realtà fosse ancora oggi per costantemente una guida e un maestro. E ho realizzato quanto mi mancherà.
E come a me, mancherà a tantissimi.
Cristina, abbiamo creato un indirizzo email sul quale colleghi e amici potessero inviare un messaggio, una memoria. Non avete idea di quanti messaggi siano arrivati. Di quanto Roberto abbia avuti impatto su tutti noi. E di come le parole collega e amico si fondano in tutti questi messaggi.
Oggi abbiamo voluto chiedere a diverse persone che per diverse ragioni hanno incrociato la vita di Roberto di lasciarci un loro ricordo. So che non è facile, e per questo voglio ringraziarli.
Non avrei mai pensato di trovarmi a parlare di Roberto in questa circostanza. Natura avrebbe dovuto piuttosto disporre il contrario. Non è neanche facile trattenere la commozione, commozione che abbiamo visto manifestarsi impetuosa Domenica scorsa, man mano che la notizia sconvolgente ci raggiungeva tutti, uno dopo l’altro. Da quella triste mattina la mia mente, come penso quella di molti di noi, non ha smesso di pensare a Roberto.
Le bellissime espressioni di affetto che si sono accavallate sono la testimonianza più evidente di quanto Roberto fosse apprezzato e amato da tutti noi. La scomparsa di Roberto lascia veramente un vuoto incolmabile nella comunità scientifica nazionale e internazionale. Nel darne la notizia al Presidente IFAC, ho usato l’espressione: ”è scomparso il campione della comunità italiana di Controlli”. Sembra davvero impossible poter continuare senza di lui.
Penso che ognuno di noi abbia un’esperienza tutta personale da raccontare. La mia e` iniziata, se ricordo bene, nel lontano 1993, a Sidney (Congresso IFAC), quando entrambi siamo saliti sul podio alla cerimonia di apertura. Come avvenuto in casi analoghi, due ricercatori Italiani si incontrati la prima volta di persona all’estero. Ebbi in tal modo l’opportunità di incontrare una persona che avrebbe poi svolto un ruolo molto importante nel prosieguo della mia carriera.
Al di là delle doti accademiche che tutti conosciamo e apprezziamo profondamente, Roberto era un campione di umanità, generosità e altruismo. Penso di essere stata una delle persone che maggiormente hanno beneficiato di queste sue doti eccezionali. E’ stato infatti Roberto la persona che molto più di altri mi ha incoraggiato nell’intraprendere l’avventura della presidenza IFAC e che in tale avventura mi ha sostenuto, appoggiato e aiutato. Avrebbe potuto proporsi lui stesso in questo ruolo, e vi sarebbe certamente riuscito, ma non lo ha fatto. Con altruismo e generosità ha preferito proporre e appoggiare la mia persona. Gli anni di lavoro comune nella Commissione Italiana per l’IFAC e nella Federazione stessa mi hanno dato modo di conoscere meglio le sue doti di equilibrio, di saggezza e la capacità di stabilire profondi rapporti umani. Doti che trovo veramente ineguagliate e ineguagliabili. Più recentemente, Roberto di sua iniziativa (”unsolicited”, diremmo in inglese) ha voluto propormi per una delle massime onorificenza nella nostra comunità: il Control Systems Award della IEEE. L’avevo quasi sconsigliato, ben sapendo che la competizione era altissima. Ma lui aveva voluto portare avanti l’iniziativa lo stesso, arrivando ovviamente al successo (non per mio ma per suo merito). Ancora un meraviglioso esempio di generosità e altruismo. Spero tanto che lui abbia avvertito quanto profonda é stata la mia gratitudine per tutto questo. Come ho detto, in me è rimasta un’impronta indelebile, ancora più indelebile ora che non posso più manifestare questa gratitudine di persona.
Con la sua scomparsa, perdo un grandissimo amico, un collega che mi ha sempre consigliato e aiutato. La sua saggezza e competenza mi mancheranno costantemente. Con grandissimo affetto mi stringo Cristina e a Giulia, delle quali solo lontanamente riesco a valutare l’immenso dolore. Solo due mesi fa avevamo passato insieme bellissimi momenti a Torino, del cui ricordo faccio tesoro. Ci eravamo lasciati dicendo, come ieri ricordava mia moglie, ”ci rivediamo a Tolosa, se non prima”. Purtroppo, il prima è arrivato in modo tragico. E’ veramente difficile nascondere la commozione e spero proprio che Roberto abbia modo di avvertire quanto grande è il vuoto che la sua scomparsa lascia in tutti noi.
Abbiamo iniziato insieme al CNR nella prima metà degli anni 80, abbiamo lavorato insieme in tantissime occasioni, in Automatica, nelle TAC, in svariati convegni e conferenze e progetti internazionali in giro per il mondo, le ultime volte in Russia e in Giappone. Non passava settimana senza che ci sentissimo, anche solo per un consiglio reciproco, l’ultima volta venerdì mattina. Eri felice, la voce forte e sicura di sempre, ancora più felice aspettando il sabato dedicato alla montagna, l’ultimo della tua vita.
Nell’ultima cena insieme a Las Vegas abbiamo parlato di tante cose, anche del peso delle stagioni che abbiamo sulle spalle, del nostro scendere verso l’autunno, di come difficile sia abbandonare l’albero che ci ha ospitati così a lungo. Un colpo di vento ti ha portato via in fretta, imprevedibile come nei modelli matematici che studiavi, imprevedibile come la montagna: ”Mountains and Control”, questo il tuo editoriale su CSM, quando diventasti presidente della IEEE CSS. E tu hai aperto numerose piste, scalato numerose vette, sempre con eleganza e decisione che alcuni consideravano durezza. La montagna ti ha chiamato a sé, nel posto dove avevi casa e dove anche tuo padre ha trovato il suo riposo, qualche anno fa.
Mi avevi raccontato anni fa di come tuo padre avrebbe voluto morire tra le vostre montagne, e il fatto che poi ciò era accaduto era stato di forte consolazione per te, ed è l’unica consolazione per noi, a questo punto, visto che il tempo ha mangiato sé stesso prima del tempo. La tua leadership al CNR, all’IFAC, nella rivista Automatica, è difficilmente sostituibile. Ma è certamente incolmabile il vuoto che lasci dentro alle persone che hai conosciuto. Per me in particolare, che mi accorgo di avere ricevuto più di quanto abbia dato, che hai stimato ed apprezzato il mio modesto lavoro, che mi hai chiamato a collaborare in infinite occasioni, sempre un passo avanti, che mi hai regalato una bella amicizia, fatta di stima e rispetto, e di tante occasioni di convivialità familiare a Castellamonte e nelle vicine montagne. Come faremo senza il tuo consiglio e il tuo sorriso? Non lo so, ma certo ci lasci un’eredità di passione e affetto che ci ha contagiato e continuerà a riflettersi nei nostri cuori, soprattutto in quelli di Cristina, moglie, amica e tua consigliera di sempre, e di Giulia, semplicemente luce dei tuoi occhi.
Ciao amico mio…
Con questa memoria desidero ricordare Roberto in chiave strettamente personale, parlare del nostro rapporto di amicizia e del vuoto che la sua scomparsa lascia in me.
Ho conosciuto Roberto a L’Aquila nel 1989, ad un congresso CIRA. Lui era già allora un ricercatore affermato a livello internazionale, mentre io ero appena agli inizi. L’Università di Udine, la sede in cui lavoravo, era piccola e nata da poco. Mi mancava una persona che mi facesse da mentore, anzi, diciamolo francamente, che mi insegnasse il mestiere.
Mi rivolsi a Roberto parlandogli della ricerca che stavo conducendo (con fatica e molti dubbi), per avere da lui opinioni e consigli. Si dimostrò subito cordiale e disponibile. Da allora, andai molte volte a trovarlo a Torino e, in tempi successivi, a Castellamonte. Il suo contributo e l’aiuto che ebbi da lui furono essenziali per iniziare veramente il mio lavoro. Ma ci fu molto di più.
Fra le tante cose, ci accumunava infatti una grande passione, quella dell’arrampicata, un ulteriore motivo per stringere una amicizia solida e duratura. Anche da quel punto di vista Roberto mi ha insegnato molto, anche a utilizzare i nodi giusti e a fare le soste in modo meno approssimativo. Non dimenticherò mai le risate che si fecero Roberto e Bruno China quando, arrivati in cima ad una parete, constatarono che, non avendo trovato la sosta (un robustissimo albero poco distante a cui avrei dovuto legarmi), mi ero “assicurato” a un masso…
Raccontare tutti i momenti intensi che ho passato con Roberto sarebbe impossibile, potrei scriverci un libro. Così ne scelgo due.
Il ricordo più bello che ho con Roberto risale al 2005. Lo racconto volentieri, anche perché Roberto lo raccontava spesso. Roberto mi aveva coinvolto in un compito titanico: organizzare, insieme a lui e Faryar Jabbari, il programma della prima conferenza congiunta ECC-CDC a Siviglia. Per conferenze internazionali di quel tipo, il processo di selezione delle presentazioni è immane. Arrivano di norma 2000 o più articoli e se ne devono selezionare circa la metà. Per valutare ciascun articolo bisogna ottenere l’opinione di almeno tre esperti, e la valutazione deve concludersi nel giro di tre mesi. Il lavoro è enorme, ma in quell’occasione era peggio: era la prima volta che quella conferenza congiunta si teneva e avevamo adottato un processo completamente nuovo per la selezione. Non potevamo permetterci figuracce.
La settimana della scadenza della sottoposizione degli articoli, ero ospite a casa sua a Castellamonte. Dovevamo mettere a punto tutta l’organizzazione e prendere decisioni importanti. La sera prima della data della scadenza, Roberto era collegato in rete e stava controllando il numero di articoli che erano già stati sottoposti. Dagli articoli già arrivati stimò un carico di circa 2000 articoli. Un carico nella norma: molto difficile ma gestibile, oneroso ma superabile.
Erano le circa le sette del giorno dopo ed ero ancora a letto, quando fui svegliato dalla (insolitamente alta) voce di Roberto, che giungeva dalla stanza dove si era collegato al sito della conferenza. Roberto esclamava: “Basta, basta!”. Era di solito molto controllato, quindi stava succedendo qualcosa di preoccupante. Mi precipitai da lui (abbottonandomi pantaloni e camicia lungo il percorso) per capire quale fosse il problema. Il contatore degli articoli era impazzito? No? funzionava benissimo, stavano arrivando ancora articoli e ancora e ancora… “Come 2900? Roberto, stai scherzando vero?” No, non scherzava su queste cose: eravamo a 2900. Il server si chiuse automaticamente verso le nove e il contatore si fermò.
3046 articoli!
Il 50% in più di quello che avevamo previsto. “E ora?”
“Andiamo ad arrampicare!” … “Certo, andiamo ad arrampicare!”
Non ricordo chi parlò per primo, ma la decisione fu unanime. E così facemmo. Non era incoscienza. Sapevamo che avremmo dovuto gestire la situazione e che ci sarebbe costato fatica. Avevamo anche la possibilità di fallire, con una conseguente figuraccia che sarebbe stata ricordata a lungo. Andare ad arrampicare fu un rito. Mi ricordo che scegliemmo un via tutt’altro che facile, quasi ad esorcizzare la paura: se ce la facciamo a passare su quei muri lisci ce la faremo anche a gestire la conferenza. Arrivammo in cima alla parete. Con difficoltà, certo, ma non ci eravamo scoraggiati.
La conferenza fu un vero successo. Come direttore del comitato di programma, Roberto aveva fatto un lavoro straordinario (come sempre per altro). Roberto era un vero leader. Quando c’era lui nessuno aveva dubbi su chi doveva essere il capo, nell’interesse di tutti. Non doveva dire il “capo sono io”, era ovvio che era lui, lo capivamo tutti.
Come “capo” si sceglieva oculatamente le persone: le persone giuste al posto giusto. Quando prese le decisioni sui lavori della conferenza, ci fu una marea di proteste da parte di autori che avevano avuto il lavoro respinto. Io mi offrii di aiutarlo a gestire la cosa. Lui mi disse: “no, Franco tu stai lontano da questo problema”. Sapeva che avrei mandato al diavolo tutti… Lui invece trattò personalmente tutte le proteste con pazienza, cortesia ma fermezza.
Credo abbia scelto Faryar e me come vice-direttori, per due motivi ben precisi e distinti. Io lavoro duro ma divento insopportabile, Faryar oltre che straordinariamente bravo e competente è anche poco litigioso, quindi mi avrebbe sopportato. Scherzavamo sul nostro trio: “tre uomini in barca”, dicevamo. L’esperienza umana della barca fu di molto superiore alla già straordinaria esperienza lavorativa.
Mi diceva spesso “Con te si litiga, ma le cose poi vanno avanti” (è il più bel complimento che mi ha fatto). E litigato abbiamo eccome, litigato “come pellai”, come diceva lui! Mi piace ricordare come la nostra amicizia ha superato molte situazioni difficili. Infatti il secondo episodio che voglio raccontare risale al 2006, quando in agosto litigammo (per lavoro) decidendo irrevocabilmente (credo anche lui l’abbia fatto) di non voler più avere a che fare l’uno con l’altro. La ragione? Una banalissima incomprensione causata da un messaggio email, che sfociò in un crescendo di messaggi tempestosi…
La decisione “irrevocabile” durò un mese: a fine estate, finito il caldo, ci cercammo, ci spiegammo e ci chiarimmo. La cosa che ricordo con piacere è che la stima reciproca era rimasta inalterata durante il periodo oscuro.
Del resto riconosco in Roberto un mio grande maestro (e glielo dicevo spesso). Non poteva una lite banale cancellare la riconoscenza che gli devo. Soprattutto, non poteva cancellare un’amicizia così profonda.
Concludo questo ricordo di Roberto condividendo con i suoi amici il messaggio che gli ho scritto subito dopo avere avuto la triste notizia.
Caro Roberto,
ci conosciamo troppo bene e da tanto tempo. Da veri amici, abbiamo discusso su molte cose e confrontato le nostre opinioni. Anche nelle rarissime volte in cui siamo stati in disaccordo, tu hai sempre mantenuto il tuo stile da persona di gran classe e di gran livello quale sei sempre stato. Ti ho sempre ammirato per questo. Ho imparato molto da te e quelle splendide chiacchierate mi mancheranno.
Su una cosa eravamo sicuramente d’accordo: chi ama le montagne, se potesse scegliere, vorrebbe morire in montagna. È l’unica consolazione che ho.
Anche se non ce lo siamo mai detto, sentivamo entrambi che se nell’arrampicata ti leghi con una corda ad un vero amico è per tutta la vita. Se uno casca, l’altro è pronto a bloccare la caduta. Tu la corda l’hai trattenuta più volte con me, nell’arrampicata, nel lavoro e nella vita. Per qualche momento ho temuto che quella corda fosse stata recisa dal destino di un tragico sabato. E invece no, non è così: la sento ancora quella corda, legata saldamente all’imbragatura.
Tutto iniziò nel lontano 1998, anno in cui conobbi Roberto alla IEEE Conference on Control Applications che si tenne a Trieste. Allora ero un semplice ricercatore e Roberto era già tra i giganti della nostra comunità scientifica. Nonostante la mia timidezza nel parlare ad un collega di tale livello, già allora mi colpì il suo sorriso aperto e i suoi modi gentili, tratti di chi ama la montagna e la cultura. E questo sorriso non si placava neanche quando si trovò in un ambiente per lui totalmente estraneo, su una barca in mare!
Poi, Roberto continuò la sua carriera scientifica aprendo sempre nuovi orizzonti con la profondità che lo contraddistingueva ma, ancora, nonostante la sua fama continuasse a crescere, era sempre il caro Roberto con cui “marinare” un’ampollosa cena sociale insieme all’amico Franco, sempre rigorosamente con i suoi jeans e nessuna parvenza di giacca e cravatta, Roberto appunto.
Il tempo passava inesorabile, ma non per lui, sempre forte sereno e sorridente. Fino a che, nel 2008, di ritorno dalla vecchia e cara IEEE Conference on Decision and Control in un’anonima sala d’aspetto dell’aeroporto di Miami, ci venne l’idea più balzana: organizzare insieme l’edizione del 2013 di questa conferenza, mai organizzata da un italiano e mai in Italia. Ma come, dissi, “devi essere tu il Presidente del Comitato Organizzatore, io comunque ti aiuterò dietro le quinte”. Nel suo solito stile rispose “la facciamo insieme, come Co-Presidenti”! E iniziò una lunga avventura che portò al primo CDC in Italia, a Firenze nel dicembre 2013. Furono cinque anni di lavoro duro, indefesso e mai, in alcun momento e davanti ad alcuna decisione facile o difficile, venne meno la nostra amicizia che, anzi, si cementò e divenne ancora più profonda.
Dopo quell’esperienza ci fu solo una cosa che cambiò in peggio. Roberto iniziò a mettersi la cravatta sempre più spesso. E quando glielo dicevo si può immaginare la sua reazione: il solito splendido sorriso che per sempre serberò tra i ricordi più cari.
Non sono e non sarò più lo stesso.
Il mio pensiero a Cristina e Giulia.
Similar to many of you, I have experienced hundreds of relationships in my life. However, there are only two or three of these relationships which I would characterize as a ”true-blue lifelong friendship.” Roberto Tempo was my true-blue lifelong friend.
Cristina and Julia: Roberto’s unexpected passing is devastating to me — it must be a thousand times more devastating for you. He was my colleague, my travel buddy, my confidante, my Skype pal. Cristina and Julia, my heart and mind are with you at this difficult time — I have been thinking non-stop about Roberto since Saturday — thinking about all the beautiful memories — so many of them.
Yes, so many beautiful memories going back more than thirty years. Roberto was a twenty-eight year old ”kid” when we met during his visit to Columbia University in 1983. How well our characters ”clicked.” How easily we communicated research ideas between us. Then, as time passed, our colleagueship grew into friendship — then close friendship. There is a cruel irony as I sit here in Wisconsin allowing a stream of memories to flood my mind. On one hand, the recollection of my memories with Roberto is pleasurable — a temporary therapeutic escape. On the other hand, it is painful to reflect upon the fact that he has been ”stolen away” without warning from his beloved family and friends.
There are too many memories to share. Here are a few memories which bubble to the surface of my mind as I indulge in this stream of consciousness exercise: I remember flying into Torino for just a weekend to help celebrate his beautiful wedding with you, Cristina. I remember literally dozens of amazing hikes with Roberto in many worldwide locations — and I will always remember our many road-running adventures — going out on the roads and talking non-stop for an hour at nearly every major conference. Included in these adventures was the time two crazy guys, Roberto and Bob, went running through small villages in the hills outside Jerusalem. In retrospect, I do not think we recognized that doing this was rather unsafe and unwise.
Christina, do you remember the time that Roberto and I got locked out of your apartment in Torino? You were not particularly pleased when we interrupted your busy schedule at work and you had to come home to let us back in. But this pales in comparison with the story Roberto told me about a trip to Malpensa with you, Cristina: My recollection is that he forgot to pass the car keys back to you and boarded his international flight. Oh, I can go on forever. In the eighties, I recall so many wonderful occasions in Ivrea with Bruno and Ninni. And then, years later, I recall Cristina’s amazing hospitality during my many visits to Castellamonte. I also will never forget the great times I had with Roberto in Ceresole. Some of our best collaborative research ideas came out after drinking an excess of Grappa. We even formulated something technical which we called the ”Grappa Conjecture.” It turned out to be false.
Some of my my most recent memories are still fresh in my mind: My last great meal with Roberto took place just a month ago at a conference in Las Vegas — and just a few months before that, I spent an amazing day with Roberto touring the environs of Kathmandu in Nepal.
Roberto, we will all miss you dearly — in an unimaginable way. May you rest in peace
Le commemorazioni sono sempre un’occasione “rischiosa”. Servono a celebrare chi se n’è andato, e a ricordarne le qualità. Ma sono anche il momento in cui possono riaffiorare le incomprensioni, i risentimenti, le frustrazioni per le cose non dette ma che avremmo voluto dire – a volte anche rinfacciare – a chi è scomparso. La natura umana è debole, a volte – lo sappiamo e lo abbiamo sperimentato tutti – anche meschina. E così anch’io in questi ultimi, tristissimi giorni, pensando alla mia lunga amicizia con Roberto, mi sono ritrovato a “ricercare”, in un certo senso, dentro di me anche le asprezze e le tensioni che caratterizzano qualsiasi rapporto umano. Ma è stata una ricerca senza successo. Eppure, i motivi di frustrazione e invidia non sarebbero mancati. Vorrei richiamarne un paio, cominciando dall’alpinismo intorno a cui è nata la nostra amicizia. Dopo il nostro incontro nel marzo 1980 in occasione di una gita alla Costiera dell’Uja sopra Ceresole (a poca distanza, incidentalmente, dal Rifugio Jervis dove Roberto ha deciso di uscire di scena sabato scorso) divenimmo compagni di cordata inseparabili per alcuni anni. Non si trattò, va detto, di una partnership particolarmente rimarchevole, per usare un eufemismo: ad alcune discrete salite su neve e ghiaccio si alternarono vari episodi imbarazzanti, con cadute su passaggi di III grado, in palestra come in parete. Il riferimento a “Gianni e Pinotto” caratterizzerebbe la nostra cordata molto più accuratamente di quello a Messner e Habeler, o Grassi e Comino…. Gli inizi non furono, insomma, particolarmente promettenti. Avendo le nostre vite preso strade differenti, vent’anni dopo lo scenario era radicalmente cambiato: rimasto fedele alle promesse giovanili, io mi limitavo ormai alle passeggiate con il cane intorno ai laghetti alpestri e sui sentieri naturalistici (o natur weg, come li chiamano dalle mie attuali parti); Roberto, invece, arrampicava su pareti vertiginose, ben oltre il 6 grado. D’accordo, lo faceva con compagni un po’ più esperti e dotati del sottoscritto, ma nondimeno, c’era molto di cui essere invidiosi, e ottime ragioni per comparare con frustrazione le differenti linee di sviluppo delle nostre carriere alpinistiche… Il quadro non è molto diverso se si passa agli aspetti professionali. Dei successi scientifici di Roberto ha parlato estesamente chi mi ha preceduto. Fui pertanto estremamente lusingato quando, qualche anno fa, Roberto mi disse che uno studioso americano con cui stava collaborando citava estesamente il mio lavoro. Per uno scienziato sociale è un grande onore essere preso sul serio da un “vero scienziato”, come doveva essere per forza chi collaborava con Roberto…. Forte fu allora la sorpresa – con un po’ di delusione, devo ammettere – quando mi disse che in realtà il suo co-autore non era altri che il professor Noah Friedkin, un notissimo sociologo americano, e che quindi a godere di un prestigio trans-disciplinare non ero io bensì il mio amico. Non contento di primeggiare nel suo settore, Roberto stava esplorando in misura crescente i processi sociali, attivando nel far questo collaborazioni assolutamente invidiabili, con pubblicazioni al livello più alto come quella in Science. Tradotto nei termini delle miserie e meschinità individuali, ecco un’altra ragione di frustrazione e invidia che si aggiungeva a quella di tipo sportivo. Insomma, di motivi per provare un po’ di “risentimento”, per quanto benevolo, verso il mio amico ne avrei anche avuti. Eppure, in questi giorni non ho sperimentato nulla di tutto questo. Non credo che ciò dipenda da una mia particolare nobiltà d’animo. Credo piuttosto che si debba invece ad una delle principali qualità di Roberto, vale a dire, al suo rifuggire da qualsiasi tipo di ostentazione. In un mondo in cui la riaffermazione costante delle proprie qualità e del proprio valore sembra rappresentare la bussola per un numero crescente di individui, Roberto rappresentava una mirabile eccezione. Non esibiva i suoi successi, alpinistici e professionali. Non li usava per sbattere in faccia al prossimo la sua bravura. Semplicemente, li condivideva quando ve ne era occasione, così come si condividono le cose che si amano. Questo lo rendeva, non voglio dire unico, ma certamente speciale. Non mi stupisce quindi avere sentito oggi tante espressioni di affetto da parte di chi lo ha incontrato in ambito professionale, e quindi in un contesto potenzialmente esposto alla competizione tra personalità forti, a volte persino aggressive. Nulla di tutto questo si ritrovava in Roberto, e questo rende la sua scomparsa ancora più dolorosa. Anche chi lo ha conosciuto in primo luogo per ragioni scientifiche ha perso molto di più di un brillante collega; ha perso un amico. Mi ha scritto nei giorni scorsi il professor Friedkin, che non ha potuto raggiungerci dalla sua sede di Santa Barbara: “I am in a state of complete shock and grief. I wandered around yesterday, and found myself looking up into the sky and talking to him in my mind. I hope that he heard me.” Anche gli alpinisti guardano verso l’alto, verso le cime delle montagne ed il cielo che le sovrasta, e non solo per sfuggire alla paura del vuoto che hanno sotto i piedi. Ma che si guardi verso l’alto, magari verso i monti del Gran Paradiso che stanno alle mie spalle, e che Roberto tanto amava, ovvero dentro la nostra testa, o dentro al nostro cuore, mi piace pensare che in qualche maniera riusciremo a rimanere in contatto con lui. Dovunque lui sia.
La montagna è maestra. Il rapporto che abbiamo avuto la fortuna di vivere con la montagna è equivalente in qualche modo a una scelta di vita. Una scelta che abbiamo fatto accompagnati dalle persone che ci hanno cresciuto. E’ così che la montagna piano piano entra dentro, si impossessa di noi e ci forgia per il resto della vita. L’idea che Roberto abbia deciso di andarsene dall’altro lato della valle di dove ci ha lasciato suo papà è uno splendido disegno che rende un po’ più lieve l’angoscia di questo tristissimo giorno.
La montagna è complicità. Con Roberto abbiamo condiviso i primi passi in montagna ai tempi del Liceo facendo scialpinismo. Le scelte che abbiamo preso negli anni successivi ci hanno condotto per strade differenti, la mia con lavori legati alla montagna e la sua nelle università in giro per il mondo. Ma era la montagna che ci ritrovava insieme. E tutto ripartiva ogni volta con naturalezza dal punto in cui ci si era lasciati, perché lassù tutto è essenziale e diabolicamente primordiale; riannodare un discorso rimasto in sospeso la volta precedente è così semplice. Le nostre vite scorrevano e la montagna era la nostra testimone. Ultimamente, erano passati anche alcuni anni fra un incontro e l’altro ma ogni incontro finiva per essere legato da un filo che ri-collegava le nostre vite attraverso i nostri momenti vissuti insieme lassù.
Montagna è energia. L’ultima volta ci siamo visti qualche settimana fa ad arrampicare sulle rocce di Bosco, un luogo situato a pochi chilometri da qua, nella valle che sale verso il Gran Paradiso. Raccontava Roberto di una recente visita fatta con suoi colleghi Giapponesi: li aveva accompagnati in Valle dell’Orco a visitare una centrale idroelettrica che trae energia dall’acqua che scende da queste montagne. E’ un’emozione incredibile raccontare i grandi disegni, attraverso i luoghi della nostra vita quotidiana; e ancora una volta è la montagna il teatro di quelle emozioni. Raccontava di Giulia, che ha un anno in più di mia figlia, e gli brillavano gli occhi nel modo speciale di quando abbiamo l’emozione di tratteggiare la delicatezza e la forza che i nostri figli seminano nelle nostre vite. Raccontava dei suoi progetti in montagna, di ‘Étoiles Filantes’, una bellissima via di arrampicata, su una magnifica lavagna di granito della Tour de Jorasses nel massiccio del Monte Bianco, che aveva in progetto di salire con la sua guida Giovanni. Un’immagine di perfezione che si può ammirare risalendo i verdi pascoli della Valle Ferret sopra Courmayeur.
Oggi con voi, colleghi di un Roberto che non conoscevo, mi sembra di avere scoperto un’altra persona e di questo vi ringrazio moltissimo: perché la persona che ho scoperto oggi è sensibile e speciale e preziosa come quella che ho conosciuto io. Ciao Roberto!
Ciao Robi,
Sono qui e ti scrivo. Questa volta non è per proporti una scalata o una via in montagna. E non ti farà ridere come quella volta che ti chiesi di risolvere i problemi di matematica dei compiti di scuola di mio figlio Yannick che dovevo aiutare e di cui non capivo un accidenti. Tu eri in Giapone, ricordo che mi risposi : “è uno scherzo?” e io in fretta e furia : “no, no, è urgente, siamo disperati!”. La tua risposta arrivò subito semplice e chiara. Quando scalavamo insieme me lo dicevi sempre: “Una volta vieni in ufficio da me e vedrai come ti farò trovare lungo!!!”, ma io ero furbo e non venivo. Le mie capacità matematiche non vanno oltre il primo grado e tu in montagna facevi anche il settimo. Per quello eri molto più bravo di me.
Ti ricordi quando discutemmo sul Monte Bianco l’estate scorsa? Tu ci tenevi a rifarlo e io ti spiegai che il cambiamento del clima non permetteva di andarci in sicurezza se non a inizio estate quando per te era un problema essere allenato. Come sempre eri esagerato nel sottovalutarti. Tu eri sempre allenato, tutti i giorni dell’anno. Ma le cose ti piaceva farle bene e prepararti per goderle di più. Per questo io ti apprezzavo. Andare in montagna con te era semplicemente bello!
Mi mancheranno le nostre chiacchierate infinite sul futuro del mondo, sul cambiamento del clima, sulle montagne e sui sogni alpinistici bellissimi che facevamo insieme. Eh si perché tu mi facevi sognare, sognare di tornare su quelle montagne dove io passo la mia vita ma che mi sembra di non fare mai abbastanza. E tu mi facevi fare le più belle. Anche se non era per questo che ti volevo bene : quello te l’ho voluto subito, era una questione di feeling. Se ci fossimo incontrati in un altro contesto saremmo diventati amici comunque.
Ti dicevo sempre che “la vita è lunga” ma non lo è stata stavolta. E mi lasci qui con tanti progetti che non faremo. Per i quali ci stavamo preparando anche l’ultima volta che ti ho visto, il giorno dell’Epifania, quando abbiamo scalato in bassa valle ad Arnad. “Ci vediamo tra 10 giorni” mi hai detto allora quando ci siamo salutati… Saranno un po’ di più probabilmente… Forse passera del tempo, forse ci vorrà un’altra vita…
Questo lo posso sognare, me lo concederai, che un giorno chissà dove saremo ancora legati alla stessa corda. Per ora accontentati di guardare le montagne attraverso i miei occhi che io ti porterò dentro al mio cuore ogni volta che tornerò lassù.
Ciao Robi, con affetto, il tuo Gio